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CIÒ CHE COLO IL CORPO SA ESSERE VERO

Su Kindred di Octavia E. Butler.

"A volte un esaurimento può essere l'inizio di una sorta di svolta, un modo di vivere in anticipo attraverso un trauma che ti prepara per un futuro di trasformazione radicale".

- Cherrie Moraga 

Kindred (Legami di sangue) di Octavia E. Butler, pubblicato per la prima volta nel 1979, è un esempio di narrativa schiavista contemporanea di stampo fantasy. Butler servendosi dell’elemento del viaggio spazio-temporale, accorcia la congiunzione storica tra schiavitù e supremazia bianca, rivelando le sue implicazioni sul piano materiale delle relazioni di classe, razza e genere. L’intenzione che muove Butler in Kindred, è quella di combattere l’amnesia storica dello schiavismo, un problema ancora rilevante a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70. Infatti, la trama della storia, critica la problematicità delle produzioni mediatiche e la mancanza di fonti solide  riguardanti la vita degli afroamericani nel Sud antebellico. Inoltre, il romanzo pone le basi per l’allargamento dell'orizzonte dei resoconti realistici della schiavitù, sensibilizzando una gestione più attenta della storia. Butler, facendo esperienza della vergogna generazionale nelle famiglie Afroamericane, che vedeva un risentimento da parte dei figli per i genitori, accusati di non aver apportato un cambiamento sistemico più velocemente, cerca di far esperire gli ostacoli del processo abolizionista proprio a partire dai rapporti umani.

Dana, protagonista e scrittrice afroamericana, poco dopo aver traslocato con il marito bianco Kevin, viene trasportata da vertigini indietro nello spazio/tempo di una piantagione schiavistica del Maryland del XIX secolo. Il ritmo della narrazione si forma a partire dai repentini strattoni temporali che, al limite con l’onirico, sembrano rappresentare il trauma epigenetico della diaspora e dello schiavismo. La presenza fantasmatica continua a marcare il presente con abrasioni fisiche e psichiche. La protagonista, scoprendo di appartenere allo stesso lignaggio del padrone della piantagione, si trova così a lottare nel passato per la sopravvivenza del suo antenato e quindi per la propria. Tuttavia, il tempo storico dello schiavismo con l’avanzare della narrazione, sembra rubarle il presente, lasciando Dana amputata.

Il microsistema sociale della piantagione si costituisce e viene raccontato nel romanzo, non solo attraverso la violenza materiale delle gerarchie e istituzioni della supremazia bianca, ma da un invisibile e più potente regolatore sociale: il legame affettivo.

Gli stessi viaggi spazio-temporali di Dana sono attivati da un cordone salva vita con lo spericolato figlio del padrone della piantagione, Rufus, il quale la richiama ogni volta che si trova in pericolo. Dana diventa così, non solo congiunzione tra due tempi e due sistemi di valori, quello del passato e del presente, ma figura mediatrice tra i caratteri storici opposti del padrone e dello schiavo. Ella piegandosi ai capricci di Rufus, diventa angelo custode del simbolo della supremazia bianca e del patriarcato e come consigliera “civilizzata” degli schiavi, non riuscirà, nè vorrà essere mai figura rivoluzionaria. Dana infatti ammette di non essersi mai resa conto di quanto fosse facile abituarsi ad accettare la schiavitù, "un lento processo di intorpidimento". Con questa affermazione sembra ammettere che non ci si possa sottrarre allo spirito di un’epoca e che gli strumenti culturali del futuro siano ancora inadeguati quando il legame di sangue è in gioco.

Il rapporto affettivo primario che costituisce la narrazione è quello tra Dana e il suo antenato Rufus, il quale proietta su di lei i ruoli di madre, curatrice, consigliera ed infine oggetto del desiderio. Quelle relazioni che nella sua vita gli sono state negate o a cui è stato sottoposto in maniera abusiva. Quasi tutte le azioni di Rufus, infatti, sembrano essere motivate, non solo dallo spirito del tempo, ma da un analfabetismo affettivo e incapacità emotiva. Tale grigiore sentimentale è dato dal suo rapporto antagonistico con un padre iroso e anaffettivo e una madre debole e capricciosa. Infatti, come suggerisce bell hooks nel suo Feminism is for Everybody: Passionate Politics l’incubazione del patriarcato bianco avviene proprio a partire dal nucleo familiare in cui gli squilibri di genere e la dominazione sostituiscono l'amore. La supremazia bianca, rappresentata non da Rufus, ma dal padre homo oeconomicus, esclude ogni forma di affettività dalla sfera personale a favore del guadagno, improntando il senso del sé del maschio sulla sua capacità di dominio sugli altri. La figura della donna bianca, la padrona e madre di Rufus, esclusa da ogni potere decisionale, sfoga la sua frustrazione sui Neri che amministrano la casa, unico luogo dove può applicare la sua autorità, facendosi complice degli abomini subiti dalle schiave. La sua figura rappresenta simbolicamente l’incapacità della donna bianca di unire la lotta di genere con la lotta razziale, e creando rapporti di sorellanza oltre la classe.

Al contrario delle gerarchie di genere messe in atto nel domestico, lo schiavo, deprivato di un’identità sociale o culturale oltre a quella della piantagione e delle concessioni date dal padrone, relegato in una condizione di marginalità istituzionalizzata, trova rifugio nei rapporti con i suoi pari. Infatti, la comunità di schiavi, entro i confini della loro vita familiare e collettiva, riesce a trasformare l’oppressione in una qualità positiva: l'egualitarismo che caratterizzava uomo e donna. Infatti come sottolinea Angela Davis nel suo Women, Race and Class,  proprio questa eguaglianza nello sfruttamento e nelle relazioni sociali, ha creato le basi non solo per le donne nere, per affermare la loro identità, ma anche per esprimerla attraverso atti di resistenza.

Tuttavia, in Kindred, seppur gli affetti nella comunità degli schiavi siano di solidarietà reciproca e spesso consolidati in tenero amore, le donne nere convivono con la minaccia dello stupro e dell'allontanamento forzato dai figli, avuti dai rapporti abusivi con i padroni. Infatti, la schiava all’interno del sistema della piantagione rappresentava una doppia convenienza economica: quella di manovalanza asessuata e oggetto ipersessualizzato riproduttivo di nuovi schiavi a costo zero. Il controllo e punizione sulle donne si estendevano ad una forma biopolitica ben oltre la frusta, la vendita della loro prole. Il sistema della piantagione descritto dal romanzo di Butler, stressa la capitalizzazione del corpo della donna nera come procreatrice di forza lavoro, anticipando così il modello di riproduzione sociale del capitalismo. Essa, è esclusa dalla sfera sociale, ma relegata alla riproduzione all’interno del privato. Infatti, anche gli abolizionisti bianchi più radicali, rappresentati dalla figura del marito di Dana, Kevin, che in un’occasione viaggia spazio-temporalmente con lei, non riuscirono a capire che la l’indipendenza dalla schiavitù per alcune regioni del nord, non era altro che l’embrione del sistema oppressivo del capitalismo, il cui atroce sfruttamento dell’uomo nero si tramutava nella versione neoliberale del dominio economico.

In Kindred di Butler, la famiglia, la comunità ed infine la storia, portano alla coscienza ciò che solo il corpo sa essere vero [...] il non detto, le viscere del nostro essere -in una quieta richiesta di rivoluzione per il futuro, ben radicata nell’educazione storica e nelle pieghe dell’oppressione.

This contribution is part of Issue 15: DECOLOMANIA, on art history, the history of politics, and the history of theory: all of them colonized and colonizing, much like our very selves.


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Kindred by Octavia E. Butler

Beacon Press, 2004, 264 pages, $16

 

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