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Linguistica del Tecnofascismo

Su linguaggio, potere e la crisi della verità.

  • Jul 22 2026
  • Paolo Caffoni
    è un ricercatore che si occupa di linguaggio, IA e traduzione alla Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe e all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua ricerca si concentra sul lavoro linguistico e sulle condizioni materiali delle tecnologie della traduzione.

Per Giacomo Leopardi, “chiamare le cose coi loro nomi” era una colpa non perdonata dal genere umano, “il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina.” Quella del poeta di Recanati più che una riflessione morale è una descrizione della funzione pubblica della parola, intesa come atto di nominazione che modifica i rapporti sociali: “In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli, essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi.” In termini moderni potremmo dire che Leopardi stesse tematizzando il rapporto fra verità e consenso sociale, ma la sua formulazione presuppone ancora un mondo in cui esiste una corrispondenza relativamente stabile fra cose e parole. Oggi viviamo invece in un regime di inflazione semiotica, in cui a “nominare il male” sono spesso gli stessi soggetti che ne traggono vantaggio. 

Così, quando il tecno-miliardario Peter Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, ricorre alla figura dell’Anticristo nelle sue lezioni sul futuro dell’ordine economico globale, o quando il vicepresidente statunitense Vance evoca il “pericolo dall’interno” per le democrazie occidentali durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2025, il riferimento al male assolve soprattutto una funzione linguistico-performativa. Non descrive il conflitto in quanto tale, ma ne trasforma la grammatica. Traduce complesse contrapposizioni sociali e istituzionali legate alla concentrazione del potere nelle piattaforme in antagonismi manichei tra forze “identificabili” in cui spesso il carnefice assume le sembianze della vittima.

Come comprendere, allora, questa torsione del linguaggio? Le voci critiche del capitalismo digitale e della governance algoritmica ricorrono sempre più spesso ad analogie storiche per descrivere la concentrazione del potere attorno a piattaforme tecnologiche. Tra queste, il termine tecnofascismo, talvolta affiancato da tecno-nazionalismo o tecno-autoritarismo, tenta di nominare una trasformazione politica che sembra eccedere le categorie dell’analisi neoliberale. Si potrebbe leggere il tecnofascismo come l’ennesima analogia storica applicata al presente. Ma questa risposta è insufficiente. Il termine ricorre proprio perché entra in crisi la stabilità della corrispondenza fra nominazione e rapporto di potere, è un tentativo di stabilizzare un campo linguistico in subbuglio. Ma questa instabilità non può essere compresa soltanto sul piano della retorica politica. Essa coincide con un mutamento delle tecnologie del linguaggio, che modificano le condizioni stesse della produzione del significato.

La semplice analogia tra “fascismo classico” e presente è stata criticata a più riprese da Alberto Toscano. Il suo concetto di “tardo fascismo” non descrive una ripetizione del passato, ma la persistenza e la ricombinazione di temporalità eterogenee. In questa prospettiva, il fascismo non appare come un blocco unitario, bensì come una formazione diseguale attraversata da tempi non sincronici.

In questa direzione si è mosso anche Umberto Eco, che non considerava il fascismo un oggetto storico stabile, bensì una costellazione di ricombinazioni semiotiche. Il fascismo di Mussolini, per Eco, non era una filosofia coerente, ma un collage retorico e ideologico. Il “fascismo eterno” (o ur-fascismo), secondo Eco, è un insieme flessibile di tratti ricorrenti che possono comparire in combinazioni diverse e rendere il fascismo riconoscibile anche al di fuori della sua forma storica originaria. Come scriveva Eco, il termine ‘fascismo’ si adatta a tutto “perché è possibile eliminare uno o più aspetti da un regime fascista e questo resterà comunque riconoscibilmente fascista. […] Rimuovi la dimensione imperialista dal fascismo, e ottieni Franco o Salazar […]. Aggiungi al fascismo italiano un pizzico di anticapitalismo radicale (che non ha mai attratto Mussolini), e ottieni Ezra Pound.” Non esiste dunque un’essenza unica del fascismo, ma una logica di riconoscimento fondata su somiglianze parziali; tuttavia, la presenza anche di uno solo di questi elementi è sufficiente perché una nebulosa fascista inizi a coagularsi. Si apre allora un ulteriore problema: se il fascismo non è una dottrina coerente, ma una costellazione eterogenea di tempi e segni, che cosa significa chiamare qualcosa “tecnofascismo”?

Alcune ipotesi contemporanee hanno cercato di descrivere il tecnofascismo nei termini anticipati da Eco. Gregory Chatonsky, per esempio, interpreta il “fascismo vettoriale” come un’organizzazione post-alfabetica del significato. Nella cultura alfabetica il senso si struttura attraverso sequenze lineari e opposizioni stabili, inclusa la distinzione tra vero e falso; in un regime vettoriale, invece, emerge dalla posizione occupata all’interno di uno spazio multidimensionale, secondo una logica di prossimità e correlazione più che di contraddizione. In questo quadro, piattaforme come Truth Social, ormai uno dei principali canali di comunicazione politica nell’ecosistema trumpiano, mostrano come la produzione di consenso sociale non dipenda più dalla verifica degli enunciati, ma dalla loro posizione nello spazio di circolazione algoritmica. L’apparente incoerenza culturale di discorsi attraversati da “fake news” non ne indebolisce l’enunciazione, al contrario, può risultare coerente con la logica di distribuzione dello spazio vettoriale in cui tali enunciati vengono posizionati. Il nome tecnofascismo non descrive così né un regime ideologico classico né l’ontologia dei sistemi computazionali in quanto tali, ma il modo in cui la semiosi del fascismo opera attraverso spazi vettoriali.

La trasformazione della parola in unità ambigua e potenzialmente ingannevole è un tema ancora poco discusso nelle analisi dei processi di automazione del linguaggio. Il funzionamento opaco della governance algoritmica, la natura a “scatola nera” dei sistemi di decisione automatizzata e la crisi della referenzialità del testo producono simultaneamente un linguaggio al tempo stesso immediato e indecifrabile. Le fasi di accelerazione tecnologica sono sempre accompagnate da una trasformazione del rapporto fra linguaggio e mondo. “Tecnofascismo” non è dunque (solo) un’etichetta politica, ma un termine che emerge da questa crisi della nominazione.

Chiamare le cose con il loro nome non è mai stato così difficile, perché la riuscita dell’atto di nominazione dipende ormai da infrastrutture tecniche che organizzano il riconoscimento delle parole. Alla linguistica del tecnofascismo resta forse da opporre solo il coraggio di trovare nuovi luoghi e modi di dire il vero.


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  • Cover Image

    Peter Thiel at Cambridge University, January 31st, 2026. Source: James Orr, X (formerly Twitter).

     

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